Obiettività? No grazie…

Il giornalista racconta, interpreta e commenta. E genera appartenenza. Stop.

Parlare di obiettività applicata al giornalismo significa impaludarsi tra mito e ingenuità. Ragione per la quale parole come verità e realtà, andrebbero maneggiate con maggiore attenzione e parsimonia. Ripetere, come fosse un tic nervoso, che i giornalisti, più o meno tutti, non sono obiettivi, conferma indirettamente quanto detto. E la missione fallisce perché è impossibile.

Semmai il rovinoso equivoco è credere che i giornalisti siano “tutti uguali”. Non lo sono affatto, perché se è vero che ognuno ricostruisce e racconta eventi fattuali tramite la mediazione di riferimenti appresi e memorizzati dalla nascita (impressioni, pensieri, ricordi, emozioni, desideri e l’intero complesso esperienziale che fa di noi ciò che siamo), è altrettanto vero che un perimetro di correttezza (e decenza) deontologica possiamo comunque definirlo: quel confine si chiama completezza delle informazioni, anche le più scomode e spigolose. Pilastro al quale si deve appoggiare sempre la proverbiale verifica delle fonti.

Liberi? Sì, ma di essere faziosi. Contano l’onestà, la completezza e la virtù del dubbio. Accettiamolo, non impaludiamoci tra mito e ingenuità

Ci sono poi i bugiardi patentati, quelli che per dolo e intenzione (spesso ignoranza) alterano più o meno consapevolmente i puri fatti. Un esempio? Spacciare la prescrizione di un reato accertato per assoluzione. In tal caso, come ci ricorda Michele Serra: “Bisogna essere dei bei mascalzoni. Non dico faziosi, o manipolatori, o servi, dico proprio mascalzoni perché per un giornalista manomettere la verità è un crimine, tal quale per un fornaio sputare nel pane che vende. Qui non si tratta di opinioni, di interpretazioni, di passione politica. E’ proprio una frode”.

Perciò, in definitiva, se proprio cercate l’obiettività, allora rivolgetevi pure del televideo Rai. Il giornalismo è un’altra cosa. La realtà la si percepisce e giudica da tanti punti di osservazione diversi e ognuno di essi ha bisogno di essere raccontato, possibilmente non perdendo mai quella che dovrebbe essere una autentica “vocazione” di ogni giornalista: mantenere viva la virtù del dubbio, da trasmettere al lettore. Non dimenticando, tuttavia, che ognuno cerca prevalentemente conferme nelle quali identificarsi.